lunedì 4 luglio 2011

BARCELLONA P. G., I RETROSCENA DELL’OPERAZIONE ANTIMAFIA ‘GOTHA’: Gli ordini arrivavano da una commissione. Una sorta di quadrunvirato con poteri di vita o di morte. La lunga “partita” coi Chiofaliani

- GAZZETTA DEL SUD -
Ha molte pagine il “libro mastro” della catena di delitti ordinati ed eseguiti nel tempo per conto della mafia barcellonese nello spietato controllo del territorio. Il racconto fatto ai magistrati dai collaboratori di giustizia svela storie e retroscena di numerosi fatti delittuosi, disegnando anche una “scala di potere” interno a Cosa Nostra barcellonese. L’organigramma rappresentato agli investigatori ruota attorno a un quadrunvirato che regge la famiglia mafiosa, al di sopra del quale vi sarebbe un capo dei capi la cui identità è avvolta dal mistero. Il quadrunvirato ha una sua scala gerarchica, nell’ordine: Giovanni Rao, Salvatore Ofria, Sem Di Salvo e Filippo Barresi. Un organismo interno dunque deputato a decretare o autorizzare gli efferati delitti. Alla fine degli anni 80 – raccontano i pentiti – bisognava eliminare gli uomini del clan avversario che aveva rotto gli equilibri e scatenato la “guerra”, e agire nei confronti di chiunque infrangesse i “patti sociali” commettendo reati nei confronti di persone protette dalla mafia. Tutti gli altri affiliati all’organizzazione principale ed ai clan collegati, sono chiamati ad eseguire gli ordini, perché soggetti al di sotto della commissione che governa la cupola mafiosa e di fatto detiene il potere economico derivante dalla attività illecite e dai lucrosi introiti delle imprese sorte grazie alla tracotante imposizione sul libero mercato. Dalle carte dell’operazione “Gotha” si apprende che la logica alla base delle esecuzioni mafiose, archiviati i pericoli della guerra di mafia, rispondeva solo all’esigenza della mafia di conquistare sempre di più il controllo di nuove attività economiche. E lo racconta il boss pentito Melo Bisognano quando spiega ragioni e modalità dell’uccisione dell’imprenditore di Furnari, Francesco Siracusa che nottetempo, poco dopo le 3 dell’8 maggio del 1989, mentre assieme ai suoi operai stava effettuando furti di inerti con una ruspa dall’alveo del torrente Mazzarrà, fu ucciso sotto gli occhi dei dipendenti da un commando del quale faceva parte il capo dei “Mazzarroti”. A sparare contro Siracusa che tentava la fuga scappando dalla cabina del trattore, sarebbe stato Carmelo Bisognano che indossava una tuta da meccanico e un passamontagna e che impugnava un fucile a pompa, “con due o tre colpi”. Il colpo di grazia fu dato da Filippo Barresi che sparò con una pistola, “tra i due e tre colpi”. I due killer, che avevano atteso sulle sponde del torrente l’arrivo della ruspa guidata da Siracusa, seguito dai camion condotti dai suoi dipendenti, risparmiarono la vita agli operai che impauriti stavano scappando. I sicari invece, dopo l’esecuzione, a piedi raggiunsero l’altra sponda del torrente, lato Mazzarrà dove ad attenderli in auto c’era Ignazio Artino. Siracusa sarebbe stato ucciso perché vicino a Pino Chiofalo (arrestato poco prima nel blitz di Pellaro) e perché proprietario di un impianto di inerti che cadeva così nelle mani della concorrenza. A volere la morte di Siracusa sarebbe stato l’allora capo dei Mazzarroti, Giuseppe Trifirò, inteso Carrabedda per “rispondere alle aggressioni dei Chiofaliani”. Bisognano parla anche di un altro delitto, con lupara bianca, al quale avrebbe preso parte personalmente, insieme a Filippo Barresi, Enrico Fumia, Nicola Aldo Munafò ed Ignazio Artino. Si tratta del rapimento, con successiva eliminazione col sistema della lupara bianca di Vincenzo Sofia di Falcone, inteso “u Cattaino” scomparso l 7 novembre del 1991, il cui corpo è stato ritrovato nella recente campagna di scavi nel cimitero della mafia dei “Mazzarroti”. «L’omicidio – come racconta Bisognano –, fu deciso da me, Barresi, Fumia e Artino per rispondere alla recente uccisione di Giuseppe Trifirò “Carrabedda”. Noi ci eravamo convinti che “Cattaino” fosse vicino ai “Chiofaliani” ed avesse svolto la funzione di sorvegliare i movimenti di “Carrabedda” nel periodo precedente la sua uccisione. Pensavamo che fosse una specie di porta ordini; eravamo sicuri del ruolo svolto dal “Cattaino” e decidemmo di eliminarlo e vendicare la morte di “Carrabedda”. Secondo il racconto del collaboratore di giustizia, la vittima fu prelevata “sotto braccio” dal deposito di inerti di Stefano Trio, in contrada Mandrì nel torrente di Mazzarrà, dove lavorava. «Lo prendemmo sotto braccio per portarlo via e costui non ebbe reazioni o resistenze». A bordo di un’auto l’uomo fu condotto “in una chiesa abbandonata sita in una vecchia borgata, nelle campagne di Novara di Sicilia” e “una volta entrati, Filippo Barresi, immediatamente lo ha ucciso con un colpo di 7,65, sparatogli in fronte». Ha sparato solo Barresi che resta ancora latitante. Il cadavere fu seppellito in una fossa scavata fuori dal gruppo di case. Bisognano ha poi parlato, per avervi partecipato personalmente, insieme ad Enrico Fumia Enrico, Ignazio Artino, Salvatore Calcò Labruzzo e Carmelo Triscari Barberi, dell’omicidio di Sebastiano Lupica, detto “Bastiano u pucciddaru”, avvenuto il 30 aprile del 1994. E il racconto di altri episodi criminosi continua.

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